Una storia italiana…60^ parte

L’orario in cui erano entrate in ospedale era dedicato al pranzo: c’era la concitazione del momento da gestire.

Girato il corridoio, lo vide apparire davanti a lei. Il camice bianco era abbottonato fino al secondo dei tre bottoni, consentendo alla sua peluria sul petto di venire fuori appena visibile. Tanto bastò per eccitarla quel tanto che serviva per continuare a restare in questo mind game fino a quel momento unilaterale.

I loro occhi si incrociarono. Difficile quantificare quanti secondi restarono incollati l’uno all’altro. Sappiamo però che quel brivido colse entrambi. Sonia si sentiva spettatrice a cui mancava la poltrona e le patatine nella mano sinistra per godersi quel film in un cinema personalizzato in 3D.

Stefano ruppe il ghiaccio in modo repentino: “Salve signora, come va?”

Lei non riuscì a rispondere in maniera immediata. Un groppo di saliva le era rimasto incollato e non scendeva. Il tempo di riuscire a deglutire di forza e quel “tutto bene grazie, lei?”, mantenendo quel contegno che il lei dava in maniera ufficiale

“Se ha bisogno di qualcosa, se va nell’infermeria c’è qualcuno che potrà aiutarla”.

In quel momento, a seguito di quelle parole si ruppe quella magia. Era lì per lui e la dileguava in quel modo. Un castello di illusioni fatto di congetture e ipotesi crollava miseramente davanti ai suoi occhi. In fondo lei era sposata, cosa poteva pretendere da lui? Se era un gioco, era terminato con quelle parole.

Sonia, aveva compreso in quello sguardo una ipotetica bandiera bianca e da dietro le spalle gli diede un colpettino all’anca. I significati potevano essere tanti: per l’amica era un motivo per non arrendersi.

La prese di forza e la portò vicino all’infermeria, cercando di non essere a vista di chi era lì dentro. Doveva rimanere, aspettando che lui entrasse o, almeno fosse a distanza di sicurezza per riallacciare il discorso.

“Lui è molto abbottonato Sonia…”, disse lei con tono preoccupato.

“Stiamo solo facendo una brutta figura. Ho un marito”.

“Quanto sei tonta”, gli disse l’amica cercando di rincuorarla.

“In un ambiente di lavoro cosa vuoi che ti dica?! Rifletti cazzo!”.

“Ma cosa devo riflettere?! Sonia per favore andiamocene…”.

Era irritata da quella situazione così goffa da non riuscire a gestirla.

Se ad una donna togli il comando del gioco – solo vagamente – la poni in una condizione di crisi da poterla far morire in pochi istanti. La donna deve avere l’illusione del comanda. Perderlo è una sconfitta da sorseggiare nell’amaro calice poggiata davanti ai suoi occhi.

Stefano tornò dopo qualche minuto: “Vi serviva qualcosa?! Sapete, quando c’è da servire il pranzo o la cena qui sono momenti frenetici. Vogliate perdonare. Se posso esservi utile, sono a vostra disposizione”.

Sonia non fece terminare l’infermiere: “Si, la mia amica teme di aver perso un fermacapelli. E’ un ricordo d’infanzia molto importante per lei”.

“Poteva dirmelo prima signora. Mi perdoni non ricordo il suo nome”.

Dentro di sé sentiva vampate inattese. Da quanto tempo non provava una sensazione simile?

“Che bel nome che ha…”.

“Venga con me che la accompagno nella stanza dove era ricoverata. Se non ricordo male era la 11”.

Si incamminarono con lui davanti, lei dietro e Sonia appena distante qualche passo.

Poteva vedere il suo fondoschiena con più calma. Quel movimento innaturale dettato dagli zoccoli sanitari ne accentuava le forme. E quella linea della schiena ben disegnata da un camice bianco dove si intravedeva una maglia della salute aderente al suo corpo: era proprio un bel figliolo.

Entrati nella stanza, lei fece finta di cercare mentre Sonia attendeva fuori. Attese un istante che lui si distraesse per prenderlo dalla borsa dove l’aveva messo in evidenza per coglierlo al momento opportuno.

“Eccolo, l’ho trovato!”, fece lei, più finta di un’attrice alle prime armi. Fortuna che l’infermiere non si accorse di nulla.

“Volevo ringraziarti – utilizzò un tu confidenziale per vedere l’effetto che faceva su di lui – per la cortesia. Sai, ci tenevo tanto”.

Stavolta non fece finta di niente: “Se posso permettermi, suono in un gruppo musicale. Mercoledì siamo qui vicino. Se capitate, avrei piacere di offrirvi qualcosa da bere”.

La sensazione di smarrimento la colse all’improvviso. Non ebbe il tempo di riuscire a realizzare che Sonia prese l’occasione al volo: “Di solito il mercoledì siamo impegnate. Andiamo a scuola di ballo. Se non facciamo tardi, un salto lo facciamo”.

Rimase sbigottita nel tono così naturale con cui l’amica scambiò il giorno in cui andavano a scuola di ballo. Stette al gioco…

Continua…

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...