…ricordi Kinder

Ricordo che da piccolo, non avendo in famiglia una macchina, si aspettava l’amica di mamma per andare a fare la spesa al supermercato.

Quando chiedevo a mia madre quando saremo andati a fare la spesa, lei diceva: “Un altro po’”.

Quell’ “un altro po’” era un tempo indefinito. Non conoscevo l’orologio, ma sembrava che fosse un tempo senza tempo.

In macchina c’era la trepidazione del nuovo. Di un ambiente diverso da quello di casa o del vicolo dove vivevo. Di facce nuove. Di spazi ampi e diversi dove misurare il mio bisogno di spazio…

Ricordo quei vialoni di scaffali altissimi che mi chiedevo come facessero a metterli così in alto. Tanto in alto che non ricordo ancora cosa ci fosse sopra all’ultimo scomparto.

Ma il clou era nel reparto “dolci”, dove immergevo gli occhi in qualcosa che potevo solo immaginare. Quei volti di bambini sorridenti davanti a me e mi chiedevo, egoisticamente da bambino qual’ero: “Come facevano ad essere così felici”, trascinando con me quel senso di inquietudine di insoddisfazioni bambinesche.

Accanto alle casse poi c’era sempre lui: lovettokinder

Tutto attaccato: lovettokinder!!!

Lo guardavo e guardavo mia madre. In certi frangenti non c’era bisogno di parole: ci capivamo a gesti.

Il suo sguardo era un “No” grosso come i martelli del video “Another break in the wall” dei Pink Floyd che tanto mi inquietava quando lo vedevo in tv.

Non mi diceva “No”, mi faceva capire che non era possibile. Imparavi la lezione della vita da un semplice “No”, non detto, ma comprensibile: tra mamma e figlio certe cose non c’è bisogno di dirle, si capiscono al volo.

Ancora oggi, a distanza di 37 anni quell’ovettokinder è fonte di emozione per me.

L’altro giorno l’ho regalato ad una collega. Quegli occhi che brillavano mi hanno fatto tornare per un attimo bambino, quando, quel “No” di mia madre me li faceva brillare.

In modo diverso…

Ringrazio la mano di M. che oggi si è regalata un attimo di infanzia con quell’ovettokinder

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